La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente, sospeso tra il passato ed il futuro, il creato e l'increato, il finito e l'infinito, l'azione e la preghiera, il bene e l'anelito di santità, le luci e le ombre, il dire e il fare, la gioia e il dolore, le parole e il silenzio, il visibile e l'invisibile, il donare e il ricevere, il familiare e l'estraneo, i profumi, i colori, i sapori della natura. Amo le porte, si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....




venerdì 17 novembre 2017

Fuoco amico


Ripropongo ancora una breve intervista fatta a Mons. Antonio Livi, teologo e professore, circa gli ultimi fatti che lo vedono coinvolto. 
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Professor Livi, Padre Giovanni Cavalcoli, in una recente intervista, sostiene di non capire la vostra correzione filiale, che ritiene un pugno nello stomaco al Papa. Che ne pensa?
 
“Padre Cavalcoli è un dotto teologo domenicano, lo rispetto. Ognuno ha le sue idee ed è libero di professarle. Non intendo polemizzare un’altra volta con lui, visto anche il suo diverso comportamento a seconda delle circostanze. Nei miei confronti cambia spesso idea.  Me ne farò una ragione. In ogni caso la ”correzione  filiale”, che io ho sottoscritto assieme ad altri sessantuno teologi, non è un pugno nello stomaco del Papa, ma addirittura un servizio filiale al Santo Padre, perché confermi la fede dei suoi figli invece di indurli in confusione riguardo alla validità della dottrina sui Comandamenti e sui Sacramenti. Coloro che si sono rivolti rispettosamente al Papa con questa intenzione non hanno commesso una colpa nei riguardi della Chiesa, ma anzi hanno compiuto un obbligo di coscienza”.
Mons. Livi
 
Perchè?
 
Aiutare chi governa a parlare e agire con chiarezza evangelica è un’espressa esigenza comunitaria, lo dice  e lo esige il Vangelo, sia quando comanda di esercitare correzione fraterna, sia quando pone come esempio la correzione che san Paolo fece al primo Papa, san Pietro, che aveva avuto un comportamento ambiguo rispetto all’universalità della redenzione operata da Cristo.  La Chiesa insegna da sempre che è un’opera  di misericordia correggere chi è in errore, sia quando si tratta di errori dottrinali, sia quando si tratta di errori pastorali”.
 
Intanto non le è stato consentito recentemente di tenere una conferenza già programmata a Modena..
 
Purtroppo devo denunciare una persecuzione contro di me e contro tutti quelli che come me non si allineano alla “dittatura del relativismo”,  che sembra il  pensiero dominante, non solo in politica ma anche in teologia. In una parrocchia di Modena mi avevano invitato a parlare dei problemi pastorali derivanti dall’ideologia del relativismo, ma ho dovuto cancellare la conferenza su  ordine del Vescovo”.
 
Amoris Laetitia è eretica?
 
“La “Correctio filialis” non lo dice, e io non l’ho mai detto. Anzi, ho polemizzato con chi parla della possibilità di un Papa eretico. In se stessa, la “Amoris laetitia” è un importante documento post-sinodale che non contiene affermazioni formalmente eretiche, però dà luogo ad interpretazioni e prassi che sono indubbiamente eretiche. Tutto sommato, Cavalcoli dice la stessa cosa, non differisce nella sostanza. Il problema vero sono i collaboratori del Papa, obiettivo delle critiche mie e di Cavalcoli è questo. Gli fanno scrivere e dire cose che si rivelano poi eretiche e lui il Papa non chiarisce, non corregge e non smentisce.”
 
Qual è la sua censura su Amoris Laetitia?
 
“Per tutto quello che ho detto finora, la correzione filiale non va assolutamente considerata un atto di ostilità al Papa, anzi è davvero un atto di amore per la Chiesa di Cristo, nella quale il Papa, chiunque egli sia, è il Vicario di Cristo e ha l’autorità di magistero e di governo che gli ha concesso Cristo. Come le dicevo, però, il Pontefice è circondato da pessimi collaboratori che sono chiaramente eretici. Con quella Correzione filiale abbiamo semplicemente voluto invitare il Papa a parlare finalmente con la necessaria chiarezza, a non creare altra confusione.
 
Amoris Laetitia,  purtroppo, è un documento volutamente ambiguo perché va in senso opposto al Magistero di Giovanni Paolo II, alla dottrina contenuta nel Catechismo e soprattutto al dogma cattolico. L’effetto negativo di questa apparente negazione del dogma sui sacramenti (Battesimo, Matrimonio, Penitenza, Eucaristia) lo riscontriamo nelle conseguenze pratiche”.
 
 
Chiesa in confusione?
 
“L'ho detto e scritto varie volte, anche nel mio blog (Fidesetratio.it). Per quello che si constata vedendo le differenti posizioni delle conferenze episcopali del mondo cattolico, è certamente una Chiesa in piena confusione e allo sbando. Denuncio queste cose per il bene della Chiesa (cioè per la fede di ciascun cattolico) e non per criticare nessuno. Siamo in preda anche ad una deriva luterana”.
 
Che cosa pensa il professor Livi quando  vede Lutero nel foglietto della messa in Vaticano e sente affermazioni come quella che qualifica la Riforma  come opera dello Spirito Santo?
 
”Un'enorme sciocchezza che però è anche un'offesa gravissima allo Spirito Santo, insomma una bestemmia.
 
Lutero è un eretico e non è possibile demolire quello che ha detto il Concilio di Trento.
 
In quanto alle ripetute esaltazioni della figura storica di  Lutero, esse sono un insulto alla fede  cattolica.
 
Ma questo fa parte degli errori pastorali, cioè pratici, di un Papa molto mal consigliato. Jorge Mario Bergoglio è vittima di molti cattivi consiglieri, perché è stato sempre troppo sensibile agli slogan della  'teologia della liberazione' e non ha mai avuto molta stima della teologia dogmatica e delle sue premesse logiche e metafisiche”.
 
Intervista di
Bruno Volpe e Michele M. Ippolito
 
Tratto da QUI

giovedì 16 novembre 2017

Combatto contro una Chiesa ideologica

Raffaello 'La Filosofia' Stanza della Segnatura
 
Mons. Antonio Livi, nato a Prato nel 1938 è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi. Oltre all’insegnamento di storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Università statale di Perugia e di filosofia della conoscenza presso l’Università Lateranense di Roma (che è chiamata «l’università del Papa»), Livi ha fondato la casa editrice 'Leonardo da Vinci', dirige battagliere riviste come 'Sensus communis' e di critica teologica come 'Fides Catholica' e anima cenacoli culturali capaci di intervenire nel dibattito sui valori civili e religiosi da salvaguardare in politica.
In ogni aspetto di questa sua attività, intesa come intervento nella società, Livi si è sempre servito della sua riconosciuta competenza scientifica come logico. A questo riguardo, il testo fondamentale è Filosofia del senso comune (2010), tradotto in francese, in inglese e in spagnolo, cui si aggiunge recentemente Le leggi del pensiero (2016). Applicando poi questa sua dottrina ai problemi dell’ermeneutica teologica con Vera e falsa teologia (2017), Livi è diventato un punto di riferimento nella denuncia di quella teologia filoluterana che caratterizza il riformismo post conciliare.
 
Professor Livi, vuole descriverci in sintesi il suo percorso di studi?
«Sono stato discepolo del grande filosofo francese Étienne Gilson, del quale ho tradotto e commentato Il realismo, metodo della filosofia. Egli mi ha fatto comprendere che la verità di qualsiasi tesi filosofica dipende dal suo coerente collegamento con il vero punto di partenza della riflessione filosofica che è l’esistenza reale degli enti. Il rifiuto del realismo ha reso la speculazione filosofica suggestiva ma priva di fondamento, sfociando inevitabilmente nell’ateismo e nel nichilismo».
Tra le sue tante attività di docenza, di ricerca e di apostolato quale considera la più importante per i nostri tempi?
«Considero importante per i tempi in cui viviamo aiutare tutti coloro che hanno veramente a cuore la verità dell’esistenza a usare rettamente la ragione, a possedere gli strumenti logici dell’autentico discernimento. I miei lavori scientifici possono e debbono servire a tutti per saper discernere le verità assolute, metafisiche e morali, da quelle relative, fisiche, biologiche, psicologiche, sociologiche, economiche, politiche. Mentre le verità assolute sono sempre presenti alla coscienza di tutti e forniscono l’unica base possibile per un dialogo costruttivo tra le culture, le verità relative dipendono dalle contingenze storiche e da interessi di parte, sicché non possono mai essere universalmente condivise
Quando si pretende di imporre come assolute le verità relative, come fanno i fautori del pensiero unico al servizio del nuovo ordine mondiale, non c’è più vero dialogo tra le diverse istanze democratiche ma solo propaganda e colonialismo culturale. In rapporto alla fede cristiana, io combatto tutti i fondamentalismi, che sono sempre un uso pragmatico della verità rivelata, pretendendo di poter dedurre da verità religiose assolute, quelle che sono garantite dalla parola di Dio, certe conseguenze politiche che in realtà rispondono solo alle proprie opinioni ideologiche. Come filosofo e come credente mi ribello a questo vizio di imporre le proprie idee in nome di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non si commette solo quando si nega una verità esplicitamente rivelata da Dio, ma anche quando si etichettano come “Vangelo” le proprie ipotesi umane, la propria visione delle questioni socio-politiche».
Ma allora quali sono i principi logici che Lei vuole riproporre per evitare oggi lo scientismo, il fanatismo ideologico, il fondamentalismo religioso?
«Il rispetto di quello che i filosofi analitici americani hanno chiamato epistemic justification, la giustificazione epistemica. Ciò significa, in pratica, che ogni discorso che pretenda di essere recepito in pubblico come verità deve esibire le proprie credenziali logiche e non affidarsi soltanto agli strumenti della persuasione retorica o allo sbandieramento della propria o altrui autorità in materia».
È vero che i principali esponenti della teologia contemporanea sono affetti da relativismo dogmatico ed etico e da un pericoloso antropocentrismo?
«Lo confermo. Io sostengo questa mia tesi, non per partito preso o per invidia del successo di altri, ma proprio perché questi altri hanno costruito e imposto nella Chiesa un’ideologia fondata su un intrico di sofismi e sulla pretesa autorità teologica di pensatori luterani dell’Ottocento, come Georg Hegel e Friedrich Schelling, o del Novecento, come Paul Tillich, Rudolf Bultmann, Karl Barth. I miei studi di storia della filosofia e della teologia mi hanno consentito di dimostrare che “il re è nudo”. In questo caso il re è il teologo gesuita Karl Rahner, il cui antropocentrismo è non solo pericoloso ma è deleterio per la fede cattolica. Rahner tenta di giustificare la “svolta antropologica della teologia” fingendo prima di rifarsi a san Tommaso d’Aquino e poi rifacendosi pedissequamente a Hegel e a Martin Heidegger
Questa inadeguata giustificazione della sua nuova teologia, basata solo sull’autorità di pensatori che nella Chiesa cattolica non dovrebbero avere autorità dogmatica, si riflette poi sull’ingiustificata autorità dogmatica che Rahner ha esercitato e continua a esercitare sui teologi cattolici e anche sui vescovi di tutto il mondo».
FidesetRatio

 

mercoledì 15 novembre 2017

Concilio Vaticano II: una questione spinosa


L'attuale situazione di crisi senza precedenti della Chiesa è paragonabile alla crisi generale del IV secolo, quando l'arianesimo aveva contaminato la stragrande maggioranza dell'episcopato, assumendo una posizione dominante nella vita della Chiesa.
Dobbiamo cercare di affrontare questa attuale situazione con realismo e, proprio per questo, con una visione delle cose che tiene conto della Provvidenza. Dobbiamo pensare e parlare con un profondo amore per la Chiesa, nostra madre, che vive la Passione di Cristo a causa di questa tremenda e generale confusione dottrinale, liturgica e pastorale.
Dobbiamo rinnovare la nostra fede nel credere che la Chiesa è nelle mani sicure di Cristo e che Egli interviene sempre per rinnovarla nei momenti in cui la barca di Pietro sembra capovolgersi, come nel caso evidente dei nostri giorni.

Per ciò che concerne l'atteggiamento verso il Concilio Vaticano II, dobbiamo evitare due estremi: da una parte, il rifiuto generalizzato (come i sedevacantisti e una parte della Fraternità di San Pio X - FSSPX), dall'altra la sua assolutizzazione, come se tutto ciò che il Concilio ha detto fosse "irreformabile", in quanto dotato del carattere dell'infallibilità.
Il Vaticano II era un'assemblea legittima presieduta dai Papi e dobbiamo mantenere verso questo Concilio un atteggiamento rispettoso. Tuttavia, ciò non significa che ci sia proibito esprimere fondati dubbi o rispettosi suggerimenti di miglioramento su alcuni elementi specifici, sempre fondati sulla intera tradizione della Chiesa e sul Magistero costante.

Le dichiarazioni dottrinali tradizionali e costanti del Magistero nel corso dei secoli hanno la precedenza e costituiscono un criterio di verifica sull'esattezza delle dichiarazioni magisteriali posteriori.
Le nuove affermazioni del Magistero devono in linea di principio essere più esatte e più chiare, ma non dovrebbero mai essere ambigue e visibilmente contrastanti con precedenti dichiarazioni magisteriali.

Le affermazioni del Vaticano II che risultino ambigue devono essere lette e interpretate secondo le affermazioni di tutta la Tradizione e del Magistero costante della Chiesa.
In caso di dubbio, le affermazioni del Magistero costante (i precedenti concili e documenti dei Papi, il cui contenuto si dimostra una tradizione sicura e ripetuta nei secoli nello stesso senso) prevalgono su quelle dichiarazioni oggettivamente ambigue o nuove del Vaticano II, che difficilmente concordano con specifiche affermazioni del magistero precedente (ad esempio, il dovere dello Stato di venerare pubblicamente Cristo, re di tutte le società umane; il vero senso della collegialità episcopale rispetto al primato petrino e al governo universale della Chiesa; la dannosità di tutte le religioni non cattoliche e la loro pericolosità per l'eterna salvezza delle anime).

Il Vaticano II deve essere visto e ricevuto come è e come era veramente: un concilio prevalentemente pastorale. Questo concilio non aveva l'intenzione di proporre nuove dottrine o di proporle in forma definitiva. Nelle sue dichiarazioni il concilio ha confermato in gran parte la dottrina tradizionale e costante della Chiesa.

Alcune delle nuove dichiarazioni del Vaticano II (ad es. collegialità; libertà religiosa; dialogo ecumenico e interreligioso; atteggiamento verso il mondo), che non hanno un carattere definitivo ma sono apparentemente o realmente non concordanti con le dichiarazioni tradizionali e costanti del Magistero, devono essere completate da spiegazioni più esatte e da integrazioni più precise di carattere dottrinale.
Non aiuta neppure un'applicazione cieca del principio dell'ermeneutica della continuità, dal momento che vengono create interpretazioni forzate, che non sono convincenti e che non sono utili per giungere ad una più chiara comprensione delle immutabili verità della fede cattolica e della sua concreta applicazione. Ci sono stati casi nella storia in cui le dichiarazioni non definitive di alcuni concili ecumenici - grazie a un dibattito teologico sereno - sono state successivamente perfezionate o tacitamente corrette  (ad esempio le affermazioni del Concilio di Firenze riguardo al sacramento dell'Ordine, nel senso che la materia era la consegna degli strumenti, mentre la tradizione più sicura e costante affermava che  era adeguata l'imposizione delle mani del vescovo : verità, questa, confermata definitivamente da Pio XII nel 1947).

Se dopo il Concilio di Firenze i teologi avessero applicato ciecamente il principio dell'ermeneutica della continuità a questa dichiarazione concreta dello stesso concilio  - una dichiarazione oggettivamente errata, che difendeva la tesi secondo cui la consegna degli strumenti in quanto materia del Sacramento dell'Ordine concorderebbe col magistero costante - probabilmente non sarebbe stato raggiunto il consenso generale dei teologi su quella verità che afferma che solo l'imposizione delle mani del vescovo è materia reale del Sacramento dell'Ordine.

Occorre creare nella Chiesa un clima sereno per una discussione dottrinale su quelle affermazioni del Vaticano II che risultano ambigue o che hanno causato interpretazioni erronee. In una simile discussione dottrinale non c'è nulla di scandaloso, ma al contrario, sarebbe un contributo per custodire e spiegare in modo più sicuro e completo il deposito della fede immutabile della Chiesa.
Non ci si deve polarizzare tanto sul più recente Concilio ecumenico, assolutizzandolo, mentre poi si relativizza la Parola di Dio, sia orale (Sacra Tradizione) che scritta (Sacra Scrittura). Il Vaticano II stesso ha giustamente affermato (cfr Dei Verbum, 10) che il Magistero (Papa, Concilio, magistero ordinario e universale) non è al di sopra della Parola di Dio, ma sotto di essa, soggetto ad essa, e che è solo servo (della parola orale di Dio = tradizione sacra e della Parola scritta di Dio = Sacra Scrittura).

Da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto alle dichiarazioni di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità variabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II.

Il contributo originale e prezioso del Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità di tutti i membri della Chiesa (cap. 5 della Lumen gentium); nella dottrina sul ruolo centrale della Madonna nella vita della Chiesa (cap. 8 della Lumen gentium); nell'importanza dei fedeli laici nel mantenere, difendere e promuovere la fede cattolica e nel loro dovere di evangelizzare e santificare le realtà temporali secondo il senso perenne della Chiesa (cap. 4 della Lumen gentium ); nel primato dell'adorazione di Dio nella vita della Chiesa e nella celebrazione della liturgia (Sacrosanctum Concilium , nn 2, 5-10).  Il resto si può considerare in una certa misura secondario, temporaneo e, in futuro, probabilmente dimenticabile, al pari delle asserzioni non-definitive, pastorali e disciplinari dei vari concili ecumenici del passato.
Le seguenti questioni: la Madonna, la santificazione della vita personale dei fedeli con la santificazione del mondo secondo il perenne senso della Chiesa e il primato dell'adorazione di Dio, sono gli aspetti più urgenti che devono essere vissuti nei nostri giorni. Il Vaticano II ha un ruolo profetico che, purtroppo, non è ancora realizzato in modo soddisfacente.

Invece di vivere questi quattro aspetti, una considerevole parte della "nomenclatura" teologica e amministrativa nella vita della Chiesa, negli ultimi 50 anni ha promosso e ancora promuove dottrine ambigue, pastorali e liturgiche, distorcendo così l'intenzione originaria del Concilio o abusando delle dichiarazioni dottrinali meno chiare o ambigue per creare un'altra chiesa - una chiesa di tipo relativista o protestante.
Nei nostri giorni stiamo vivendo il culmine di questo sviluppo.

Il problema della crisi attuale della Chiesa consiste in parte nel fatto che alcune affermazioni del Vaticano II - oggettivamente ambigue o quelle poche dichiarazioni difficilmente concordanti con la costante tradizione magisteriale della Chiesa - sono state infallibilizzate.

In questo modo è stato bloccato un sano dibattito con la necessaria correzione implicita o tacita.
Allo stesso tempo si è dato l'incentivo di creare affermazioni teologiche in contrasto con la tradizione perenne (ad esempio, per quanto riguarda la nuova teoria di un ordinario doppio supremo soggetto del governo della Chiesa, vale a dire il papa da solo e l'intero collegio episcopale insieme al Papa; la dottrina della neutralità dello Stato verso il culto pubblico da attribuirsi al vero Dio, che è Gesù Cristo, re anche di ogni società umana e politica; la relativizzazione della verità che la Chiesa cattolica è l'unico modo di salvezza, voluto e comandato da Dio).

Dobbiamo liberarci dalle catene dell'assolutizzazione e della totale infallibilizzazione del Vaticano II.
Dobbiamo chiedere un clima di sereno e rispettoso dibattito frutto di un sincero amore per la Chiesa e per la sua fede immutabile. Possiamo vedere un'indicazione positiva nel fatto che il 2 agosto 2012 Papa Benedetto XVI ha scritto una prefazione al volume relativo a Vaticano II nell'edizione della sua opera omnia. [vedi] In questa prefazione, Benedetto XVI esprime le sue riserve riguardo a contenuti specifici nei documenti 'Gaudium et spes' e 'Nostra aetate'. Dal tenore di queste parole di Benedetto XVI si può vedere che i difetti concreti in alcune sezioni dei documenti non sono migliorabili dall'ermeneutica della continuità.

Una FSSPX, pienamente integrata canonicamente nella vita della Chiesa, potrebbe dare anch'essa un prezioso contributo a questo dibattito - come desiderava l'Arcivescovo Marcel Lefebvre. La presenza assolutamente canonica della FSSPX nella vita della Chiesa di oggi potrebbe anche contribuire a creare un clima generale di discussione costruttiva, affinché ciò che è stato creduto sempre, ovunque e da tutti i cattolici per 2.000 anni, sia creduto in modo più chiaro e più sicuro nei nostri giorni, realizzando così la vera intenzione pastorale dei Padri del Concilio Vaticano II.[2]
L'autentica intenzione pastorale mira all'eterna salvezza delle anime - una salvezza che si realizzerà solo attraverso la proclamazione dell'intera volontà di Dio (cfr Atti 20: 7).

L'ambiguità nella dottrina della fede e nella sua applicazione concreta (nella liturgia e nella vita pastorale) minaccia l'eterna salvezza delle anime e sarebbe quindi anti-pastorale, poiché l'annuncio della chiarezza e dell'integrità della fede cattolica e la sua fedele applicazione concreta è volontà esplicita di Dio.
Solo la perfetta obbedienza alla volontà di Dio - che ci ha rivelato attraverso Cristo il Verbo Incarnato e attraverso gli Apostoli la vera fede, la fede interpretata e praticata costantemente nello stesso senso dal Magistero della Chiesa -, porterà la salvezza delle anime.

+ Athanasius Schneider,
Vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, Kazakistan

(Fonte Rorate Caeli )

martedì 14 novembre 2017

Due 'commemorazioni' differenti 1917 e 2017


(di Roberto De Mattei)
(...)va ricordato che Papa Bergoglio appartiene alla Compagnia di Gesù e il fondatore di essa, sant’Ignazio di Loyola, fu il campione della fede che la Divina Provvidenza suscitò nel XVI secolo contro il luteranesimo. In Germania, apostoli come san Pietro Canisio e il beato Pietro Fabro contesero palmo a palmo il terreno agli eretici e sul terreno della controversia anti-protestante nessuno superò san Roberto Bellarmino.
La rivista dei Gesuiti 'La Civiltà Cattolica' fu fondata nel 1850, con l’incoraggiamento di Pio IX, ed ebbe per molto tempo un ruolo di baluardo dottrinale contro gli errori del tempo. Fin dal suo primo numero, il 6 aprile 1850, dedicò un ampio saggio (anonimo, ma del padre Matteo Liberatore) al Razionalismo politico della Rivoluzione italiana, in cui riscontrava nel protestantesimo la causa di tutti gli errori moderni. Queste tesi vennero sviluppate, tra gli altri, da due noti teologi gesuiti, i padri Giovanni Perrone (Il protestantesimo e la regola della fede, La Civiltà Cattolica, Roma 1853, 2 voll.) ed Hartmann Grisar (Luther, Herder, Freiburg im Breisgau 1911/1912, 3 voll.).
Ma un particolare significato assume la commemorazione della rivolta luterana fatta dalla rivista della Compagnia di Gesù nell’ottobre 1917, IV centenario della affissione delle tesi di Wittenberg, (Lutero e il luteranesimo, in La Civiltà Cattolica, IV (1917), pp. 207-233; 421-430).
Il teologo della Civiltà Cattolica spiegava che: «Essenza dello spirito luterano, ossia del luteranesimo, è la ribellione in tutta la sua estensione e in tutta la forza della parola. La ribellione quindi, che in Lutero si impersonò fu varia e profonda, complessa e vastissima; la quale apparentemente apparve e fu di fatti violenta, rabbiosa, triviale, oscena e diabolica; ma in fondo era studiata, diretta a seconda delle circostanze, e rivolta a fini di opportunismo e di interesse, intesi e voluti con animo misurato e tenacissimo» (pp. 208-209).
Lutero, continua La Civiltà Cattolica, «cominciò quella indegna parodia, con la quale il ribelle monaco attribuiva a Dio le idee, le bestemmie, le infamie della sua mente pervertita: egli oltraggiò in modo inaudito il Papa in nome di Cristo, maledisse Cesare in nome di Cristo, bestemmiò contro la Chiesa, contro i vescovi, contro i monaci con irruenza addirittura infernale, in nome di Cristo; gettò la tonaca sull’albero di Giuda in nome di Cristo, e in nome di Cristo si congiunse con una sacrilega» (p. 209).

«Col pretesto molto comodo di seguire la Scrittura, come quella che sola contiene la parola di Dio, egli rivolse la guerra alla teologia scolastica, alla tradizione, al diritto canonico, a tutte le istituzioni e precetti della Chiesa, ai concilii: alle quali cose tutte auguste e venerande, egli, Martin Lutero, monaco spergiuro e dottore rifatto, sostituì sé stesso e l’autorità sua! I papi, i dottori, i Santi Padri non valevano più nulla: più di tutti valeva il verbo di Martin Lutero!» (p. 212). La teoria della giustificazione luterana, infine, «è nata dalla fantasia di Lutero, non già dal Vangelo o dall’altra parola di Dio rivelata agli scrittori del nuovo Testamento: per noi ogni novità di Lutero ritrova la sua origine negli stimoli della concupiscenza, e il suo svolgimento nella falsificazione della Scrittura o nella bugia formale» (p. 214).CorrispondenzaRomana.it

lunedì 13 novembre 2017

Un francobollo blasfemo

(di Roberto de Mattei) Il 31 ottobre 2016 papa Bergoglio inaugurava l’anno di Lutero, incontrando i rappresentanti del luteranesimo mondiale nella cattedrale svedese di Lund. Da allora riunioni e celebrazioni “ecumeniche” si sono succedute ad abundantiam all’interno della Chiesa.
A un anno esatto da quella data, la “svolta luterana” è stata suggellata da un atto simbolico di cui pochi hanno avvertito la gravità: l’emissione, da parte delle Poste Vaticane, di un francobollo che celebra la nascita del protestantesimo, avvenuta il 31 ottobre 1517, con l’affissione delle 95 tesi di Lutero sulla porta della cattedrale di Wittenberg. «V Centenario della Riforma protestante», si legge in cima al francobollo, presentato il 31 ottobre di quest’anno dall’Ufficio Filatelico del Vaticano.
Secondo il comunicato ufficiale, il francobollo: «ritrae in primo piano Gesù crocifisso sullo sfondo dorato e atemporale della città di Wittenberg. In atteggiamento di penitenza, inginocchiati rispettivamente a sinistra e destra della Croce, Martin Lutero sostiene la Bibbia, fonte e meta della sua dottrina, mentre Filippo Melantone, teologo e amico di Martin Lutero, uno dei maggiori protagonisti della riforma tiene in mano la Confessione di Augusta, Confessio Augustana, la prima esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo da lui redatta».
La sostituzione, ai piedi della Croce, della Madonna e di san Giovanni con i due eresiarchi Lutero e Melantone costituisce un’offesa blasfema che nessun cardinale o vescovo cattolico ha finora apertamente biasimato. Il significato di questa raffigurazione è spiegato dalla dichiarazione congiunta della Federazione Luterana mondiale e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani, apparsa lo stesso giorno della stampa del francobollo. La nota riferisce del positivo bilancio del dialogo tra cattolici e luterani, conferma la «nuova comprensione degli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione» e afferma come ambo le parti sono «molto grate per i doni spirituali e teologici ricevuti tramite la Riforma».
 

giovedì 9 novembre 2017

Di madre in figlie

Nell’età moderna (...) il progetto della rivoluzione sessualista e pansessualista si sviluppa in un disegno universale. Inizia infatti con la madre di tutte le ideologie e di tutte le ideocrazie contemporanee, ovvero la Rivoluzione Francese, e, per quanto ci sembri già di averne viste di tutti i colori, di guasti e di danni ne ha in serbo ancora parecchi. I suoi alfieri nei secoli sono i vari Jean-Jacques Rousseau e Charles Fourier, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, Wilhelm Reich e Alfred Kinsey, John Money e Margaret Sanger, Jack Kerouac e Simone de Beauvoir. Ce ne sono molti altri, sia di famosi sia di meno noti, ma ciò che li accomuna è la dissolutezza ragionata sia di quanto hanno predicato sia delle vite che hanno condotto, o quantomeno di come sono andate a finire. Droghe, alcool, pazzia, occultismo, suicidio.

(Marco Respinti su lanuovabq)

Eppure questi personaggi hanno avuto ed ancora hanno grande influenza e spazio nel mondo intellettuale.

mercoledì 8 novembre 2017

Gertrud von Le Fort, la baronessa scrittrice

Gertrud Auguste Lina Elsbeth Mathilde Petrea Freiin von le Fort è una delle grandi figure letterarie di convertiti del ventesimo secolo. Nata l'11 ottobre del 1876 a Minden in Westfalia (Germania, era figlia del barone Lothar, luterano e discendente di un’antichissima famiglia savoiarda che nel XVI secolo era diventata calvinista emigrando a Ginevra. Uno dei suoi componenti era stato braccio destro dello zar Pietro il Grande e poi si era spostato in Germania, dove il casato aveva messo radici. La madre di Gertrud era la nobile brandeburghese Elsbeth Wedel-Parlow. Gertrud, d’ingegno vivacissimo, aveva studiato nelle migliori scuole tedesche ed era stata allieva e infine collaboratrice del grande storico Ernst Troelsch. All’università di Heidelberg era stata una delle rarissime donne iscritte. Come tutti i rampolli dell’alta società del tempo, compì il Grand Tour in Europa e soprattutto in Italia. Con lo scoppio della Grande Guerra, poiché noblesse oblige, prestò servizio come semplice infermiera negli ospedali militari, ma la sconfitta e lo smembramento territoriale finirono col portarle via i possedimenti di famiglia.Si trasferì in campagna dalle parti di Monaco e nel 1926 scese per la quarta volta a Roma. Che cosa la attirava così tanto nella capitale cattolica? Un lento scivolamento, frutto di studio e riflessione, verso quel “papismo” che le era stato insegnato a disprezzare; scivolamento culminato, l’anno precedente, nella pubblicazione degli Inni alla Chiesa, un’opera che le diede subito fama. In quel 1926, a quasi cinquant’anni d’età, la baronessa scrittrice ricevette il battesimo cattolico nella chiesa di Santa Maria dell’Anima, punto di riferimento dei cattolici tedeschi in Roma. 
Negli anni seguenti pubblicò moltissimo. Le sue opere forse più note sono L’ultima al patibolo e La moglie di Pilato. Divenne amica della norvegese Sigrid Undset, anche lei convertita e poi premio Nobel per la letteratura, del famoso romanziere Hermann Hesse e soprattutto di Edith Stein, l’ebrea allieva del celebre filosofo Edmund Husserl poi diventata suora carmelitana, col nome di Teresa Benedetta della Croce, e morta ad Auschwitz (e infine canonizzata da Giovanni Paolo II). Quando quest’ultima decise di prendere i voti religiosi, Gertrud von le Fort fu la sola a incoraggiarla e a esprimerle vicinanza mentre tutti gli amici e i familiari troncavano i rapporti. In Baviera nel 1934 aveva pubblicato un importante saggio, La Donna Eterna, più volte riedito e tradotto in molte lingue. É un’opera che potremmo definire di 'femminismo cattolico', se il termine non fosse stato coniato con tutt’altri intenti e, da buon –ismo, non fosse un’ideologia disgregante. 
La grandezza del compito della donna nella storia è, non a caso, letta alla luce della Donna per eccellenza, la Madonna. Attraverso riflessioni ed esempi storici, l’autrice coglie, tra l’altro, l’aspetto infernale della guerra totale moderna (....)e avverte, con tono realmente profetico: «Se cade la donna, cade un intero mondo».
Muore il 1 novembre del 1971 a Oberstdorf (Germania).

(liberamente tratto da un testo di Rino Cammilleri)
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“Io mi ritrovai dentro un mondo cristiano (…) e sentii allora per la prima volta in chiarissima coscienza che nonostante tutte le dolorose tensioni e fratture all’ interno del cristianesimo, esiste però un comune patrimonio cristiano (…) e colsi i tratti materni dell’anima cattolica che tutto abbraccia, l’essenza vera del cattolicesimo”.
(da una lettera di G. Von Le Fort)

giovedì 2 novembre 2017

Finis Terrae: un viaggio alla fine del mondo

 
Uno sguardo sulla città di La Coruña
Dopo un viaggio nella Spagna del Sud, due anni orsono, eccomi all'estremità Nord, in Galizia, esattamente nella città di La Coruña e dintorni. Una vacanza che mi ha permesso, prima di tutto, di conoscere finalmente, dopo tanto tempo di amicizia virtuale, la mia cara amica Amalia ed il suo affabile marito.
 
Litorale sabbioso
La mia è stata una breve vacanza ma molto concentrata; a ritmo sostenuto e senza nulla togliere al riposo, ho avuto l'opportunità di vivere a 360 gradi un territorio per me sconosciuto, ma al contempo molto familiare, caloroso, festoso, dinamico e pieno di vitalità, con le escursioni per godere del paesaggio sia marino che collinare, le cene e gli spuntini nelle caratteristiche vie della città e le passeggiate, soprattutto lungo il litorale sabbioso.
Un luogo che merita sicuramente una vacanza, non solo per l'ottima cucina o per la bellezza un po' selvaggia delle scogliere, quasi sempre spazzate dal vento, e dell'Atlantico, tanto sconfinato ed intensamente blu che lambisce sabbie bianchissime, ma anche e soprattutto perché è molto accogliente tanto da potersi sentire a casa.

Panorama sulla Basilica di Santiago
Capitale della Galizia è Santiago de Compostela che, oltre ad essere la più famosa meta di pellegrinaggio del mondo, dista novanta chilometri dal faro di Cabo Finisterre, 'Fine della terra', esattamente il punto più estremo ed occidentale della costa spagnola dove, secondo gli antichi romani, finiva il mondo e dove è collocata la pietra miliare del "chilometro zero" del cammino di Santiago.
La Basilica
Inoltre proprio in questo luogo gli antichi pellegrini medievali raccoglievano lungo le spiagge la famosa "Conchiglia di Santiago" o "Concha de Santiago" a ricordo e dimostrazione d'aver percorso per intero il lungo itinerario, duro ed accidentato de "El Camino de Santiago".

Ayuntamiento de La Coruña - Plaza de María Pita
    LaCoruña, situata all'estremo Nord-Ovest della costa, offre al turista la vista di una città che ha mantenuto i segni architettonici del passato armonizzandoli con le esigenze del presente. Parte di questo paesaggio urbano peculiare si può soprattutto osservare nel quartiere della Marina,  dove 'Las Galerias', i tipici balconi chiusi con finestre bianche dei palazzi antichi, ben si accordano con quelli più moderni, che dei primi riprendono conformazione ed altezza per cercare di mantenere inalterato il fascino retrò dell'assetto urbanistico antico.
Las Galerias
La Avenida de la Marina, via alla quale non manca il brio cittadino, è il punto più emblematico per rendersi conto della singolarità e tipicità della città nel suo habitus architettonico e per poter ammirare uno dei porti più dinamici, sulla quale questa stessa via si affaccia. 
 
 
Da visitare il centro storico che contiene gioielli architettonici come la medievale Collegiata di Santa Maria do Campo, naturalmente da non perdere anche la parte moderna, con grandi piazze, larghi viali alberati, teatri, musei, giardini e stradine che contengono negozi, locali eno-gastronomici e tante chiese. La città possiede molti porti intelligentemente riparati dal perenne moto del mare Atlantico, da altrettante piccole insenature. I fari, sparsi per tutta la costa, garantiscono la sicurezza ai naviganti.
La Torre di Ercole
Un faro in particolare merita attenzione: l'imponente Torre di Ercole, emblema della città, risalente all'epoca romana e pertanto considerato il faro più antico del mondo.
 
L'intero paesaggio che circonda la città, caratterizzato da bianche scogliere e da bassa vegetazione dal colore verde intenso, ricorda gli aspri e sconfinati spazi del nord Europa, come la Cornovaglia.  
 
 
Interessante guardare la città ed i suoi dintorni da un'altra prospettiva, dal mare con una mini-crociera.

 
 
 
Quando si viaggia non si può trascurare la tradizione eno-gastronomica del posto e qui in Galizia merita una particolare menzione il ricco patrimonio culinario che si riallaccia alle sue tradizioni marinare ed al forte legame con la terra, con la pastorizia e l'agricoltura. Le materie prime, tutte rigorosamente locali, siano esse di mare che di terra, sono abbondanti ed ottime così come i piatti che si degustano nei caratteristici locali dell'allegra ed esuberante città de La Coruña.
 
Tipica via del centro cittadino
con tanti locali dove mangiare
 
Locale dove assaggiare tante prelibatezze
 
Cosa si mangia?
Pesce, frutti di mare, carne, verdure, zuppe, stufati, formaggi.....
Cosa si beve?
Soprattutto birra, la famosa birra Estrella Galicia.....

Pimiento.
Foto presa da Internet
Uno dei piatti più semplici è il 'Pimiento de Padrón', fatto con piccoli peperoni verdi dolci ma anche piccanti che vengono fritti o arrostiti, cosparsi di sale grosso e serviti.
 
Il 'Pulpo a la gallega' in assoluto il piatto più famoso della gastronomia galiziana. Una specialità tradizionale che non manca mai! Il polpo viene cucinato in acqua bollente, tagliato a fettine, adagiato su un letto di patate lesse, cosparso di sale grosso, pimenton (paprika) dolce, olio d'oliva crudo e servito rigorosamente sul tipico piatto di legno. Si scioglie in bocca!



Cottura del polpo
La 'Tortilla de patatas', frittata con patate e cipolle, alta e gustosissima e poi ancora la 'Paella' de marisco y pescado....
 
Paella finita prima di poterne
fotografare il contenuto!
Come non ricordare i buonissimi formaggi, a pasta morbida, da accompagnare con la famosa cotognata detta 'Membrillo'!

Torta del pellegrino.
Foto presa da Internet 
Infine, per restare sul dolce: la 'Tarta de Santiago', 'Torta del pellegrino', una ricetta tradizionale della cucina galiziana, senza glutine e a base di mandorle, zucchero, uova, profumata con cannella e limone.
Una torta dal sapore delicato con la caratteristica di avere la croce di Santiago in cima, facilmente impressa, visto che la torta va spolverata con zucchero a velo.
 Impossibile elencare tutto ciò che ho assaggiato per la prima volta e mangiato, ma mi resta da farvi conoscere il famoso prosciutto crudo, lo 'Jamón gallego', una prelibatezza da non perdere e soprattutto da gustare nei posti tipici dove intere forme di prosciutto si possono ammirare appesi al soffitto.

Posto tipico dove si mangia il
miglior prosciutto crudo della città

Da mangiare in compagnia e soprattutto con davanti una fresca ed ottima caña di Estrella Galicia (per me senza glutine!), la birra prodotta in città.






Merita una visita la famosa birreria 'Cervecería Estrella de Galicia' (Estrella de Galicia) situata nel quartiere cittadino detto 'Cuatro Caminos' in Concepción Arenal numero 10, un'esperienza unica e multisensoriale nel vero senso della parola!  
 
 Il viaggio è finito!
Restano le foto, ma soprattutto tanti bei momenti sottoforma di ricordi scolpiti nel cuore....